Emilia Salvioni   
Una scrittrice ritrovata

 

Un brano da 

"Angeliche colline"

 

da  Il bucato, pag. 17

 Giorni fa ho sentito qualcuno -gente nel fior degli anni, si capisce - discutere sul significato della parola «ranno». Ormai non sono più molti quelli che, nella loro infanzia, hanno visto il ranno scorrere gialliccio, torbido, oleoso dalla spina della tinozza del bucato. Anche quei grandi giorni di battaglia sono tramontati per sempre. \desso, perfino nelle famiglie più ligie alla tradizione, la biancheria va e torna dagli armadi e dai cassetti dei canterani, silenziosamente e senza scompiglio. Non occorre più seguire un cerimonia- e, creare un sossopra, una convulsa animazione, quasi un cataclisma, come usava una volta, nelle nostre case, nei giorni di bucato.  

Mi par d'esserci ancora: vedo le facce delle donne contratte dalla fatica e trionfanti nel tempo stesso e le altre facce, quelle degli uomini, diventate per breve tempo timide e impacciate. I padri li famiglia erano allora i despoti del piccolo reame domestico, usi a dar ordini perentori, a imporre le loro bizze. Come una parola magica, quel nome -il bucato -rispondeva ad ogni tentativo di imposizione: il pranzo era in ritardo, mancava un bottone, s'era perduto un fazzoletto, dalla cucina veniva odor di bruciaticcio, lutti pretesti sufficienti per gli uomini d'una volta a dar prova d’autorità, con una urlata capace di far accorrere una mezza dozzina di donne sottomesse e tremanti.

Ma i giorni di bucato erano giorni d'indulto e il malcapitato che si precipitava verso i recessi femminili -la cucina o la guardaroba- con una sfuriata in gola, si trovava ravvolto in un tale arrùffio di donne cognite e incognite, in un miscuglio di odori, in una confusione di favelle da costringerlo a battere in ritirata vergognosamente sconfitto. Giorno di bucato. [...]